26 Giugno 2010
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“LUCI ACCESE SUL DOMANI DELLA POLIZIA PENITENZIARIA”
Accolgo con vivo piacere le Autorità intervenute ed in particolare l’Onorevole Vitali e il Vice Capo Vicario del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Dr. Emilio Di Somma, ringraziando tutti coloro funzionari, appartenenti al Corpo e non che hanno accolto l’invito a partecipare, ospiti in questa città meraviglia del Barocco, ad una Tavola Rotonda che rappresenta un primo appuntamento del percorso indicato nel corso nel recente congresso Nazionale della Federazione.
Non senza prima porgerVi i saluti del neo Segretario Generale Giovanni Centrella, é mia intenzione quale segretario nazionale dell’UGL Polizia Penitenziaria, cercare di semplificare i temi di un dibattito che si presenta complesso in quanto gli argomenti che riteniamo di sviluppare sono di difficile soluzione in tempi ristretti, stante lo stallo in cui si trova da tempo la Polizia Penitenziaria dalla sua base al suo vertice, a cui oggi daremo la giusta voce, assieme a quello delle autorità gentilmente intervenute.
Lo scopo principale è quello di aprire una discussione sulla evoluzione delle funzioni del Corpo di Polizia Penitenziaria che non può prescindere da quella ormai necessaria rivoluzione della giustizia e del sistema penale, di cui si discute politicamente, che è tale da rendere irrinunciabile tracciare una possibile riforma organica di questa forza di polizia.
Il contributo che può dare il sindacato che mi onoro di rappresentare, parte sempre dalla visione di miglioramento complessivo delle condizioni professionali della categoria che rappresenta nel suo complesso, ma é ineludibile la necessità di dare una spinta ad un organismo che assolve ad mandato costituzionale delicatissimo, attraverso il riconoscimento del proprio vertice, a cominciare dalla cancellazione di sperequazioni e ostacoli al riconoscimento delle responsabilità di chi oggi rappresenta il futuro dell’Amministrazione.
La Polizia Penitenziaria é da sempre il fulcro del funzionamento di tutto il sistema penitenziario, tanto che anche altre figure professionali appartenenti all’amministrazione penitenziaria oggi ci richiedono il possibile superamento di quelle barriere che per anni hanno frammentato il lavoro svolto dal personale appartenente a diversi comparti contrattuali, di fatto condizionando l’efficacia sinergica di elementi essenziali quali la sicurezza e il trattamento.
A nostro avviso sono dunque maturi i tempi per una riforma complessiva del sistema penitenziario, una c.d. “riforma di sistema”, collegata a quella della giustizia per una corretta esecuzione penale.
Del resto, la visione emergente dello stato delle carceri e di chi vi opera è ben nota e non siamo qui oggi per ribadire quali rischi si corrano ritardando gli interventi strutturali già annunciati dal Ministro Alfano e dal Governo, ma la consapevolezza che questo momento storico sia un’occasione da non perdere per cambiare il passo, per consentire un ammodernamento complessivo del sistema penitenziario, per accendere le luci su una forza di polizia che svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento della sicurezza della società, ci impone di parlare guardando al futuro
con moderato ottimismo tenendo ben presente la reale situazione economica del Paese e le difficoltà enormi di reperimento delle risorse necessarie per ammodernare non solo il settore penitenziario ma tutta la pubblica amministrazione.
Una riforma dunque che deve fare i conti con una tortuosa strada da percorrere, lunga e piena di insidie, ma assieme a chi ha la sensibilità per capire l’importanza del ruolo strategico della Polizia Penitenziaria, non ci sottrarremo a tracciare un segno distintivo che dia una speranza a chi opera con grande abnegazione e rispettando i valori dell’istituzione di cui fa parte.
Il momento storico che sta attraversando il sistema penitenziario, non può prescindere però dal considerare il ruolo della Polizia Penitenziaria in un ambito di miglior individuazione delle funzioni e non certo nell’aumento dei compiti istituzionali ad essa assegnati. La razionalizzazione dell’uso delle risorse non può bastare da sola ad affrontare l’emergenza attuale che è ormai emergenza antica.
Del resto é a tutti ben chiaro che un’incidenza fondamentale sul congestionamento della funzionalità delle carceri è sempre stata dovuta alla inadeguatezza delle strutture ricettive che connotano la detenzione quasi al limite dei diritti umani.
Facendo un passo indietro, nel Congresso Nazionale, celebratosi in Roma, l’ 1 e 2 dicembre dello scorso anno abbiamo sottolineato attraverso un convegno le nostre linee guida che ricordo essere : La Valorizzazione della responsabilità, il rinnovo dell’organizzazione e la necessità di rilanciare la difesa dei diritti, allo scopo di rendere efficace l’esecuzione penale.
Linee che successivamente sono state sposate dal Ministro e dal Governo anche per affrontare “il piano d’emergenza delle carceri” basato essenzialmente su tre pilastri: costruzione nuove strutture penitenziarie, aumento personale di Polizia Penitenziaria e rilancio delle misure alternative.
In più occasioni abbiamo sostenuto che sarebbe superfluo illudersi che l’aumento delle strutture rettive dei detenuti (padiglioni o carceri costruiti ex novo) e del personale di Polizia Penitenziaria (quest’ultimo indispensabile stante la datazione della pianta organica e il diverso numero di ristretti e servizi rispetto alle analisi attraverso le quali si è giunti alla determinazione della dotazione necessaria) senza una previsione di misure alternative efficaci e maggiormente aderenti alle necessità di una società moderna, sia la giusta soluzione.
E’ facilmente ipotizzabile che a fronte di provvedimenti che a medio e a lungo termine vendano aumentare il numero delle carceri e delle unità di Polizia Penitenziaria, non si avrebbe la certezza di contenere il fenomeno del sovraffollamento, incidendo questi progetti in regime d’urgenza, soprattutto sull’aumento di spesa pubblica che, ad oggi costituisce l’impedimento più significativo a siffatta circostanza.
E’ altresì accertato che le precarie condizioni igienico-sanitarie dei luoghi di detenzione mettono a repentaglio la salute di chi vi lavora ancorché di chi vi è ristretto; la fatiscenza degli ambienti, soprattutto nelle carceri metropolitane e la promiscuità tra i reclusi, come noto a tutti gli operatori della sicurezza qui presenti, rendono il nostro sistema detentivo controproducente e, sempre più spesso, incapace di vincere le prepotenze, i ricatti e gli abusi che vengono perpetrati tra i detenuti ristretti e in danno degli agenti.
La convinzione che la criticità delle carceri italiane sia prevalentemente rappresentata dal sovraffollamento, deve dunque far riflettere sul bisogno di ricorrere specularmente a forme di esecuzione penale alternative alla detenzione.
Ecco un altro tassello sul quale a nostro avviso è necessario soffermarsi per lo sviluppo di una concreta “riforma di sistema”.
Fermo restando che una scelta orientata verso un maggior ricorso a tali benefici di legge, non si deve risolvere nella perdita del carattere afflittivo che resta pur sempre insito nel concetto di pena, un sistema che prediliga, per determinate categorie di reati di minore gravità, forme di esecuzione alternativa all’espiazione in carcere, non può essere disgiunta dal garantire la effettività alla esecuzione e dalla garanzia di assicurare il perseguimento degli obiettivi cui la stessa, seppur nella forma alternativa, è preordinata.
Va registrato positivamente, peraltro, il primo si della Commissione Giustizia al progetto presentato dal Ministro Alfano.
E’ altresì evidente che il sistema delle misure alternative per essere maggiormente utilizzato presuppone un elevato grado di affidabilità dei controlli su quanti beneficiano di una diversa modalità di esecuzione della pena.
La necessità di un ampliamento del numero delle misure alternative quale completamento di un percorso costituzionalmente garantito, deve essere una strada percorribile, perché il carcere sia parte di un sistema penale, e non il sistema penale, ratio estrema per quei soggetti che effettivamente la società ha la necessità di contenere (senza dimenticare la risocializzazione) per periodi più o meno lunghi.
In tale prospettiva, riteniamo che la parte della Magistratura che si occupa dell’esecuzione penale non potrebbe rinunciare di avvalersi di un Corpo di polizia preparato e scientificamente formato, che collabori a rendere funzionalmente agevole sia il procedimento di sorveglianza che la gestione della pena, attraverso la conoscenza concreta del territorio e del soggetto; una polizia, insomma, che sovrintende pienamente all’esecuzione penale secondo le diverse forme che il legislatore individua, al fine di garantire quel concetto di ordine pubblico e sicurezza che altrimenti inficerebbe ogni sforzo in tal senso.
Mentre questa auspicabile assegnazione di nuovi compiti istituzionali rappresenta un obiettivo collegato espressamente alla necessità di trovare forme di diversificazione dell’espiazione della pena, senza intaccarne la certezza, laddove risulta controproducente una carcerazione fine a se stessa, una ristrutturazione del Corpo di polizia penitenziaria si prospetta indifferibile anche rispetto alla necessità di elevare la funzionalità del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, dotandolo di strumenti organizzativi che lo rendano efficiente.
Oggi più che mai, ed è per questo che abbiamo ritenuto positivo confrontarci in questa sede (nella quale si formalizza anche la strutturazione del coordinamento territoriale dei funzionari) occorre riconoscere una giusta collocazione funzionale al personale appartenente al ruolo direttivo, ordinario e speciale, di cui al decreto legislativo n. 146 del 2000, oggi posto a margine di un sistema organizzativo che invece dovrebbe vederlo protagonista.
La necessità è quella di garantire una piena funzionalità del Corpo di polizia penitenziaria, le cui attività vanno svincolate gerarchicamente da un sistema di direzione incoerente con lo sviluppo professionale di una forza di Polizia impegnata ogni giorno nella lotta alla criminalità al pari delle altre forze dell’ordine.
La discussione che si intende stimolare è dunque incentrata sulle linee sopra genericamente tracciate, riteniamo fondamentale il contributo di tutti coloro che nel mondo penitenziario operano, ma in questa specifica occasione soprattutto siamo qui per ascoltare gli umori e le difficoltà reali di chi essendo chiamato a dirige il personale di Polizia Penitenziaria, rileva anche con esperienze diversificate, tutti gli ostacoli al riconoscimento del proprio operato e delle funzioni di comando che è chiamato a svolgere, ad oggi ancora senza una titolarità certa della gestione dell’area sicurezza.
Certamente la contemporaneità di tanti progetti ha generato un “empasse” nella stesura di decreti, come quello sull’istituzione del Direttore dell’Area Sicurezza, ma siamo anche ottimisti su una ripresa a breve dell’analisi di un testo sul quale proprio il coordinamento sicurezza non ha lesinato le proprie osservazioni e proposte.
Ritengo utile per i funzionari presenti precisare che a seguito di un recente incontro con il neo Direttore Generale del Personale e della Formazione oggi purtroppo assente per concomitanti impegni istutizionali, ho avuto espresse assicurazioni sull’accellerazione della stesura di un nuovo testo da presentare alla valutazione anche delle OO.SS.
Continuano sui temi del giorno è, dunque, nostra opinione che una riforma ordinamentale del Corpo permetterebbe anche di accedere alla visione della pena in Italia i termini di efficienza e di concretezza, che sole potrebbero ridare perentorietà e imperiosità, e quindi credibilità, a misure extra carcere, attualmente viste e «sentite» dalla criminalità come espedienti per rientrare nell’universo delinquenziale e dalla società come un decadimento verticale nella percezione della sicurezza.
Se a ciò si aggiunge che il Corpo potrebbe coaudivare l’autorità giudiziaria, quale polizia della esecuzione penale, costituita in sezioni presso i tribunali dell’esecuzione penale, il quadro da fosco, quale è attualmente, potrebbe cominciare a colorarsi positivamente.
Meno carcerazioni inutili, più efficacia nell’opera di recupero del reo.
Tralasciando ad un momento diverso le considerazioni sulla possibile statuizione di tali compiti (non senza ricordare che è nostra intenzione raccogliere tutte le proposte in discussione e i disegni di legge relativi alla modifica della Legge 395/90 sintetizzandone i contenuti), ritengo di poter ribadire che l’UGL si batterà affinché lo sviluppo professionale del Corpo di Polizia Penitenziaria parta dal riconoscimento profondo delle responsabilità del proprio ruolo apicale (agognato per più di un decennio) con l’ampliamento del ruolo dirigenzale, preceduto dal necessario riallineamento, del medesimo ruolo agli ordinamenti dei ruoli del personale della Polizia di Stato, tenuto conto delle sperequazioni subite e della storia del Corpo e delle funzioni di comando espletate.
A riguardo non posso non fare un inciso per ringraziare pubblicamente l’On. Vitali che ha presentato un proposta di legge per il superamento di un’ingiustizia da tutti riconosciuta (si veda anche l’ultimo intervento del Ministro all’annuale del Corpo) ma che ancora non trova una soluzione senza motivi validi.
Riconoscimento giuridico prima che economico, essendo consapevoli a riguardo della necessità di dover contribuire al risanamento del debito pubblico come ci impone l’Europa, anche se su questo tema il Coordinamento Sicurezza UGL sta cercando soluzioni che possano impedire un ulteriore penalizzazione del comparto, nonostante le assicurazioni del Governo e di ampia parte politica sull’importanza strategica delle forze dell’ordine nello sviluppo anche di tipo economico dell’Italia.
Avviandomi alla conclusione oltre all’ammodernamento degli strumenti giuridici e organizzativi, riferendomi anche ad una rimodulazione del sistema sanzionatorio, è nostra intenzione presentare proposte per un adeguamento dei compiti istituzionali del Corpo, che preveda anche l’attribuzione di funzioni di controllo dei detenuti in esecuzione penale esterna, non senza ipotizzare l’istituzione dei ruoli tecnici per il superamento della frammentazione interna all’Amministrazione penitenziaria
Una nuova Polizia Penitenziaria che assolva a compiti moderni ed efficaci, nella speranza che anche per questa categoria di lavoratori, le luci accese (attualmente indirizzate ad evidenziare solo fatti negativi senza cogliere tutte le positività espresse dal duro compito assolto) non siano nel futuro, solo quelle di una cinquecento (scelta simbolicamente nell’occasione), con tutto il rispetto per la originalità e l’affidabilità del tipo di auto, ma diventino quelle di una fuoriclasse (come quella sfoggiata, sempre simbolicamente, nelle occasioni ufficiali da altra forza di Polizia) che illuminando meglio il carattere professionale e la valenza sociale del servizio prestato dalle donne e gli uomini che Vi appartengono, ne rivaluti il valore sociale.
Sono convinto che la giornata odierna sarà utile al perseguimento di più ambiziosi progetti e proposte che svilupperemo durante l’anno con altri eventi la cui sintesi sarà raccolta, nel prossimo mese di dicembre, in un convegno nazionale conclusivo alla presenza del Ministro della Giustizia Alfano, a cui consegneremo i risultati dei lavori fino ad allora svolti anche da un gruppo di esperti fortemente qualificato, che lavorerà con tale obiettivo.
Non mi resta che augurare a tutti un buon lavoro e, scusandomi per essere stato così prolisso, ringrazio ancora per la paziente attenzione.-
Giuseppe Moretti
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