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Tunisia, Le dichiarazioni su Secolo D’Italia di Alessandro De Pasquale

La Tunisia ci rifila greggio, materiali elettrici e criminali: 2.152 i detenuti tunisini

Sono i numeri a dirlo. Non gli slogan. Salvini ha ragione: la Tunisia esporta criminali in Italia. Come l’Albania, d’altra parte. E come il Marocco, la Nigeria e la Romania. Sono questi i paesi di provenienza, in cima alle classifiche, dei detenuti stranieri in Italia. Le fredde statistiche che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria stila, mese dopo mese, mettendo numeri dietro numeri con il pignolo rigore di un ragioniere, dicono che, effettivamente, è così: accanto al greggio – che poi Tunisi si riporta a casa sotto forma di petrolio raffinato – insieme a chilometri di filo elettrico e a tonnellate di interruttori, pannelli di controllo, relè, fusibili, quadri elettrici e di automazione industriale, la Tunisia esporta in Italia, effettivamente, una bella risma di criminali tunisini.

I numeri del Dap sono eloquenti, incontrovertibili e aggiornatissimi, al 31 maggio 2018. E vengono sciorinati sul Portale del ministero italiano di Grazia e Giustizia, in maniera che tutti possano comodamente leggerli e farsi un’idea, dando conto di una realtà che neanche l’ambasciatore italiano in Tunisia, Lorenzo Fanara, frettolosamente convocato da un furibondo governo locale piccato per essere stato additato da Salvini, può negare. Erano esattamente 2.152 i detenuti di nazionalità tunisina – 13 le donne – che, al 31 maggio 2018, quindi 6 giorni fa, dimoravano nelle nostre galere spesati da noi di tutto punto, vitto e alloggio gratis, e distribuiti, ma non equamente, in 20 regioni italiane. Considerando la velocità con cui entrano ed escono di galera, sicuramente i numeri andrebbero già aggiornati. Erano il 10,8 per cento del totale dei detenuti stranieri in Italia che, al 31 Maggio, risultavano essere 19.929.

Un problema nel problema. «E’ innegabile che i detenuti stranieri di quell’area geografica abbiano una cultura diversa. Anche per noi – dice Alessandro De Pasquale, Segretario  della Federazione Nazionale Ugl Polizia Penitenziaria – è necessaria una formazione, anche nel linguaggio che, se sbagliato, può scatenare un evento critico. Oggi viene fatta una formazione molto superficiale da questo punto di vista. Il sistema penitenziario, da un punto di vista politico, si è rivelato pressappochista, facilone e decisamente fallimentare. Non si capisce perché questa formazione per gestire questo tipo di criticità venga fatta alle forze armate, alle altre forze di polizia ma non alla polizia penitenziara che deve tenere sotto controllo tutti quei soggetti che arrivano da quell’area geografica perche a rischio radicalizzazione».

In Calabria, a Rossano, c’è un reparto dedicato dove vengono gestiti i detenuti arrestati per terrorismo. Ma è chiaro – e si è visto – che l’ambiente carcerario è a rischio radicalizzazione. Per quanto riguarda gli spazi è lo stesso Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a spiegare con pignola precisione che «i posti sono calcolati sulla base del criterio di 9 mq. per singolo detenuto + 5 mq per gli altri, lo stesso per cui in Italia viene concessa l’abitabilità alle abitazioni».

Guardando i dati della bilancia commerciale siamo, effettivamente, il secondo partner di Tunisi, dopo la Francia, con 2,36 miliardi di dollari di valore dei prodotti importati – poco più della metà dei francesi – ma è, appunto, innegabile che la Tunisia ci rifili anche, assieme a materiale elettrico e greggio di petrolio, brutti avanzi di galera. Parliamoci chiaro, è gente che nessuno ha invitato qui in Italia. E che ora ci ritroviamo a dover gestire e mantenere compresi i costi di giustizia. Gli imputati tunisini in attesa di sentenza sono 702, i condannati 1.444, gli “internati”, cioè i detenuti sottoposti a misura di sicurezza, sono 6. È innegabile che i detenuti tunisini non guidino la “speciale” classifica del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al cui vertice si trovano saldamente ancorati i 3.686 carcerati di nazionalità marocchina seguiti dai 2.568 detenuti romeni a loro volta tallonati dai 2.526 albanesi reclusi. Ma è altrettanto innegabile che i 2.152 reclusi tunisini nelle carceri italiane rappresentino una notevole realtà delinquenziale rispetto perfino ai 1.244 nigeriani al cui Paese di origine la Tunisia strappa il quarto posto nella non proprio onorevole classifica stilata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria italiana. D’altra parte è cosa nota e anche ampiamente scritta e ripetuta fino alla noia perfino da quotidiani che non possono propriamente definirsi “salviniani come La Stampa che, nel 2017, a causa del sovraffollamento delle carceri tunisine, vennero rilasciati e messi in libertà migliaia di detenuti – 2.700 secondo alcune stime – molti dei quali decisero, giustamente, viste le generose e suicide politiche di accoglienza testardamente perpetrate del centrosinistra italiano, di venire nel nostro Paese. Chi a farsi la bella vita a spese nostre. E chi a delinquere.

La Stampa, all’epoca, mandò in Tunisia uno dei suoi migliori e più onesti inviati, Nicolò Zancan. Che raccontò, in un reportage di eccezionale chiarezza e dal titolo inequivocabile (“Tunisia, tra gli ex detenuti in fuga via mare verso l’Italia: “La Guardia costiera ci lascia passare”) come quella faccenda fosse, in realtà, abilmente orchestrata dallo Stato tunisino che ora finge di inalberarsi. «È un gioco politico. Lo sanno tutti. Noi facciamo la nostra parte – raccontava uno scafista al cronista de La Stampa – il presidente (tunisino) chiederà soldi all’Italia per chiudere la rotta. In questo momento i viaggi costano poco perché la Guardia costiera ci fa passare. Sono loro che decidono se il mare è aperto o è chiuso. Adesso è aperto. E noi andiamo. Ogni dieci ragazzi che carico, due sono appena usciti di prigione».

La Stampa dava conto, in quel dettagliatissimo pezzo, anche delle prigioni che avevano spalancato le porte: «il 23 luglio in Tunisia sono stati liberati 1645 carcerati, altri 1027 il 13 ottobre. Sono usciti dalle carceri di Mournaguia, Borj Amri e Siliana». Il responsabile di quelle “fughe” di massa aveva anche un nome e un cognome. Che La Stampa fece senza suscitare alcun disagio fra quelli che oggi cercano di azzannare al collo Salvini per aver detto la semplice verità sulla provenienza geografica dei detenuti stranieri in Italia: «il presidente della repubblica tunisina Beji Caid Essebsi, un ex-avvocato, concede indulti ogni anno».

Cioè colui che oggi si risente, convocando l’ambasciatore italiano a Tunisi, per le parole pronunciate da Salvini. Ma c’è un altro aspetto perfino più preoccupante nei rapporti con la Tunisia che Salvini ancora non ha sollevato. Ed è il contributo che la Tunisia ha involontariamente dato, in termini di combattenti, all’Isis. La maggioranza dei 16.287 foreign fighters che sono andati in Siria a ingrossare le fila dei terroristi del sedicente Stato islamico dell’Isis sono partiti proprio dalla Tunisia: esattamente 3.000 terroristi, il 18,4 per cento del totale. E non lo dice Salvini. Lo ha detto e lo ha anche messo nero su bianco la Faft, la Financial Action Task Force, ovvero il Gruppo intergovernativo di Azione Finanziaria fondato nel 1989 a Parigi dai Paesi del G7, per promuovere l’effettiva attuazione di misure legali, normative e operative nella lotta contro il riciclaggio di denaro e altre minacce all’integrità del sistema finanziario internazionale e poi costretto, nel 2001, ad ampliare velocemente il suo focus per affrontare la sfida della ricostruzione dei flussi finanziari attraverso i quali le organizzazioni terroristiche finanziano le proprie azioni.

Nel suo “Isil Financing Report” del 27 febbraio 2015 la Financial Action Task Force piazza sul podio, in cima alla lista dei 43 Paesi che, in qualche maniera, hanno alimentato il terrorismo lasciandosi scappare i propri foreign fighters, proprio la Tunisia. Seguita, a una certa distanza, dall’Arabia Saudita. Il problema è che c’è un solo detenuto saudito ristretto in un carcere lombardo. Mentre ci sono 2.152 detenuti tunisini sparpagliati nei 190 carceri italiani, la dove il rischio di radicalizzazione è altissimo. E la quasi totalità sono arrivati a bordo dei barconi.

Fonte: secoloditalia.it

Last modified on Giovedì, 07 Giugno 2018 10:33
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